Portiere filosofo della nazionale

Interviste alle Paralimpiadi 2010, Gabriele Araudo.

Portiere della nazionale perchè giocava in porta quando faceva calcio, maglia numero 15 perché era l’unica che c’era. Gabriele Araudo e i tanti casi della sua vita: la storia di un virus che gli ha tolto l’uso delle gambe e quella di uno sport con cui in soli due anni è arrivato ai Giochi paralimpici.

WHISTLER – È uno dei portieri della Nazionale di ice sledge hockey, che a questi Giochi di Vancouver è rimasto sempre in panchina, senza però farne un dramma. Lui, dice, è sempre pronto, se lo chiamano entra in gioco, se non succede, non è un problema. “Tanto il mio oro è già essere qui, dopo soli due anni da quando ho cominciato, con l’hockey“. Si, perchè negli ultimi due anni sono successe le cose che magari non accadono in tutta una vita. Compreso provare uno sport e poi entrare in Nazionale, sposarsi con Elisabetta, che condivide con lui tutto, e andare persino ai Giochi Paralimpici, culmine di una carriera, o inizio, a seconda dei punti di vista.

Quello che è certo, parlando con Gabriele Araudo, classe 1974, nato a Carmagnola, provincia di Torino, è che più che ad un atleta tutto muscoli e agilità, somiglia ad un filosofo, un contemplativo. “Anche se non mi avessero convocato alle Paralimpiadi, non ne avrei fatto un dramma. Invece, c’è chi si è disperato, alla notizia di restare a casa. Per me, la vita è piena anche di molto altro: famiglia, un lavoro da programmatore che mi diverte tantissimo, gli amici, gli hobby. Come le passeggiate in montagna, a Fenestrelle dove abbiamo casa, o studiare la storia delle fortificazioni”. Una vita così piena, serve a sdrammatizzare tutto, anche un virus respirato, per caso e per sventura, a 13 anni, che in un istante gli ha tolto l’uso delle gambe. “Ero in campagna, tutto è successo in modo fulmineo: mi sono sentito prima mancare il respiro, poi mi sono accasciato. Era mielite virale: ci ho messo un po’, a recuperare la sensibilità alle gambe, ora sto in piedi sui tutori”. Ma l’hockey era nel suo destino: “È stato un caso, mio padre faceva il volontario a Torino 2006, e ha chiesto informazioni sull’hockey a Ciaz (il capitano Andrea Chiarotti, ndr). Così, è cominciata. Nel novembre 2007 inizio ad allenarmi, nel 2008 debutto nel Campionato Italiano con i Tori seduti, la squadra della mia città. E nel ruolo di portiere perchè quando giocavo a calcio stavo in porta, semplicemente”. Così, facile come bere un bicchier d’acqua. Invece, di fatica Gabriele ce ne ha messa, e tanta. È arrivato a vestire la maglia nazionale, è qui a lottare per una buona posizione di classifica.

Un piccolo momento di sconforto, però deve averlo provato anche lui, il filosofo Araudo, quando la sfida contro la Norvegia, alcuni giorni fa, è terminata sul 2-1 per i nordici, azzerando per la nazionale azzurra ogni possibilità di medaglia. “Però diciamo subito una cosa: la sfortuna conta fino a un certo punto. Siamo noi a dover tirare in porta più possibile, è il calcolo delle probabilità: più tiri più hai possibilità di fare goal”. Ma come vive un portiere la partita? “Il portiere è quello che ha la massima responsabilità, deve seguire tutto il gioco, stare in allerta. E sta quasi immobile, non scarica la tensione muovendosi, ma la accumula”. Il momento più esaltante? “Quello dei rigori, il massimo, per me: bisogna fissare il disco, solo quello, e la mano che lo muove, se ti fai distrarre dal giocatore che avanza, sei finito”. Gabriele ha un nobile distacco da tutto, tanto che non si fa prendere dalla frenesia di rivedere le partite andate male, come fanno i compagni di squadra, o studiare spasmodicamente le mosse degli avversari che si incontreranno. “Questo è un lavoro da allenatore, tanto ogni partita è a sè”. Pacato, sornione, e anche un gran simpatico, questo Gabriele, che indossa la maglia azzurra numero 15 solo perchè era l’unica disponibile, non ha amuleti e scaramanzie. Ha solo voglia di andarsene su in montagna, per i sentieri con Elisabetta, appena finisce qui. Così continua a pensare, e a capire che non bisogna prendersela troppo. Anche se una partita va male, ché la vita è un’altra cosa. Parola di filosofo.

A cura del CIP